Scriveteci su

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore è improvvisamente diventato un libro per me. Di fatto lo era già dal 1981. Ma per me era sempre stata solo una frase fino a oggi. Una frase di tutti. Non una serie di 7 racconti di Raymond Carver.

Lo stesso scrittore de La Cattedrale, libro regalatomi sfrontatamente dal mio ex capo, che sosteneva dovessi imparare a scrivere periodi secchi e concisi sullo stile di Carver. Per l’appunto.

Un gesto di superiorità fatto passare per altruismo. Un abuso di potere mascherato da filantropia per tutte le me contenute in me.

Perché lui mi odiava più dell’odio. Detestava ogni angolo del mio carattere. Era più forte di lui.

Non è che si possa piacere a tutti. Però, non piacere così a gratis non è tanto bello.

Voglio dire. Una passa la vita a guardarsi allo specchio e mettersi in discussione. Guardarsi allo specchio e mettersi in discussione. Guardarsi allo specchio e mettersi in discussione. Non può arrivare uno stronzo qualsiasi e permettersi di minare la tua autostima. Pretendendo, fralaltro, che tu scriva come Carver un cazzo di volantino pubblicitario su un’offerta di luce e gas per i consumi domestici.

Certa gente dovrebbe scopare di più. Non è questione di essere permalosi. È questione di occuparsi dei cazzi propri prima di sbattere certe frustrazioni in faccia agli altri.

Lui era uno scrittore mancato. Io non gli ho mai regalato un libro per aiutarlo.

Ma i focus qui restano l’odio e i libri. E l’amore certo. Ma quello si accompagna all’odio. Penso.

Io dell’amore ho sempre creduto di sapere abbastanza. Poi un giorno mi sono svegliata. Quando ti svegli ti rendi conto che non decifri nulla di quello che hai intorno. Come quando nasci. Non ci capisci un cazzo. Non vedi nemmeno un cazzo.

La sveglia è arrivata perché uno non può dormire per sempre. L’amore ti fa dormire. Poi quando ti svegli non lo riconosci più. Incolpi l’abitudine. Il tempo, sostanzialmente.

Al dunque ti rendi conto che non è colpa di nessuno. Del tempo meno che mai. Lui passa. È l’amore che vuole restare, ripetere se stesso, farti dormire. Una roba snervante. Così cominci a odiare.

E poi a scrivere.

I libri imprigionano l’esperienza, la fantasia, l’eros: imprigionano tutto. Per liberare il nuovo.

Ecco perché è importante far diventare le cose un libro. Più importante ancora dell’amore e dell’odio. Far diventare le cose un libro significa andare avanti.

Se poi non sapete scrivere come Carver, state tranquilli. Ci sarà sempre uno stronzo sulla vostra strada che cercherà di migliorarvi. Mandatelo a fanculo. E scriveteci su.

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Francamente

Francamente mi viene da piangere e non so se farlo o no.

Non è importante il perché. È importante il dove.

Sono a lavoro. Dovrei farmi forza. E però poi mi dico sticazzi. Lasciati andare.

Per quanto io detesti l’espressione inflazionata del lasciarsi andare, è come un’ossessione ultimamente. Lasciati andare lasciati andare lasciati andare.

Ma dove poi? E con chi? E perché dovrei andare da qualche parte quando ho solo bisogno di piangere fino a seppellire il mio volto sotto lava di rimmel, peccati e aspettative irrealizzabili?

Che poi. Le aspettative sono sempre irrealizzabili. Aspettarsi qualcosa dovrebbe essere illegale. È la morte del desiderio. Del costruire. L’omicidio dell’ambizione. La passione rapita e tenuta in ostaggio dalla morale. Perché le aspettative sono come la morale. Si esprimono con la presunzione del controllo. Mentre è chiaro che niente e nessuno può arrogarsi il diritto e tanto meno la capacità di controllare alcunché. Saremmo in presenza di dio.

Ora non starò qui a dire che dio è una gran minchiata. Perché, onestamente, penso che oggi vada tanto di moda inveire contro dio, proprio perché non si crede in nessun dio. E allora mi domando: che senso ha inveire contro nessuno?

Piuttosto dirò che io credo in dio, perché credo nell’origine. Che scienza e teologia vanno a braccetto. Che nessuna delle due ci ha mai capito un cazzo su come tutto è cominciato. E soprattutto che sono sensibile al fascino della moltitudine unita sotto a uno stesso credo. Può essere un pensiero pericolosamente totalitarista in termini politici, ma io mi riferisco piuttosto a quello che dicevano Roland Barthes e Pasolini (parola più parola meno) riguardo a certi miti contemporanei: e cioè che i tifosi e i fedeli sono la stessa cosa. Perciò siate sportivi. Dio potrebbe anche esistere.

Se uno la pensa così, comincia a diventare intrinsecamente sportivo. Vogliamo dire più diplomatico? Non parlo dei fanatici. Parlo di chi ammette l’impossibile nel proprio cuore, l’incredibile nella propria immaginazione, la ricerca continua nel proprio cervello.

Mi rendo conto che tutto questo, alle soglie delle prossime elezioni fra candidati del pleistocene che parlano di futuro e quel bel faccino rifatto di zio Silvio, non sia proprio un discorso dal mordente attuale. Ma, pensateci bene, davvero vogliamo discutere della nostra classe dirigente senza prima esserci fatti un segno della croce nella speranza che se ne vada interamente a fanculo?

È importante credere in dio in situazioni di crisi. Suvvia.

E va bene, diciamo che è importante credere. Anche nel cinismo se volete, o in Ruzzle. Ma credete in qualcosa.

Francamente.

 

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It’s monday. I’m in love with me.

Devo ringraziare per
La salute
L’essere amata
Il senso dell’umorismo
Il senso del passato
L’ambizione
Gli occhi grandi
L’equilibrio sui tacchi
Il coraggio di parlare
La pazienza di ascoltare
La mia nonna

Devo lavorare su
L’acne tardiva localizzata
La paura di cambiare
Dire no poco spesso
L’attaccamento ai ricordi
L’evasione più che l’azione
L’incapacità di uscire struccata
Il giudizio delle persone
Le bugie bianche
Il lavoro inutile
Il ritardo accademico

In un’immagine

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La normalità nella crisi.

Sembra che il mondo si divida in due categorie: gli ansiosi della pagnotta e i visionari del marketing. Quelli che hanno rinunciato all’ambizione e quelli che guardano oltre, troppo spesso fino al premio che sperano di vincere.

Ma alla fine, fare la differenza quando tutto va bene è un conto. Farla quando tutto va male è ben altro. O no?

In un contesto stabile, fare la differenza significa probabilmente uscire dalla routine di quel contesto. Mostrare un’ambizione in più rispetto agli altri. Superare la cosiddetta normalità.

Ma la domanda di oggi è: in un contesto di crisi, la normalità diventa creatività?

 

 

 

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Meglio soli, che a ballare l’hully gully.

Punto a: il titolo di questo post non ha nulla a che vedere con il suo contenuto. Eccetto che i balli di gruppo, reali o metaforici che siano, mi hanno sempre messo addosso la tristesse.

Punto b: presto o tardi dovrò spiegare – pensavo fra me e una gara pubblicitaria per la salvaguardia al diritto alla vita delle vetrofanie e dei leaflet – perché questo fermione o blog che dir si voglia, porti il nome di ci vediamo troppo.

Un tempo era perché il mio ragazzo mi aveva lasciata con questa motivazione – e in effetti poi è diventato un avvocato.

Oggi è piuttosto per – nell’ordine:

1 – il numero di ore che passo al lavoro

2 – il numero di persone stimolanti che incontro

3 – il numero dei giorni di ferie

4 – il numero in busta paga

Realizzato che è una questione di numeri, resterei in tema e rifletterei sulla seconda regola per diventare uno scrittore – o lavorare in pubblicità, fa lo stesso: avere grandi punti di riferimento.

Dopo l’abuso di alcol come prima regola, d’altronde, qualcuno che indichi la retta via può essere utile.

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Che poi alla fine, le botte di culo sempre botte restano.

“Ma un addio al nubilato di quelli all’americana, con tanti begli uomini?”
“Magari. Piuttosto sarà uno di quelli della sora Adele che prende marito in provincia di Viterbo. Con tanto di prove alla sposa stile: lava i vetri della macchina di un figo e vinci un tutù.”

Per non offrire alla realtà dei blog assolutamente nulla di diverso o innovativo, ho deciso che debba essere questo il mio primo post.

D’altronde oggi è così. Mia cugina più piccola si sposa. Negli ultimi 3 mesi ho partecipato a 4 matrimoni. Sono fidanzata da 7 anni e no, non convivo. Sia io che il mio ragazzo siamo momentaneamente disoccupati. Il ché è un bene. Perché possiamo concederci il lusso di guardare negli occhi un ceo e dirgli candidamente: “Le faremo sapere”.

Ma il punto è che, cercando in qualche modo un piano b alternativo al chioschetto alle Maldive, sono appena incappata in questo e, ah sì, anche in questo.
Così ho capito, anche oggi, che se davvero vuoi offrire un contributo al mondo e riceverne in cambio ampi riconoscimenti, è bene che tu cominci dall’alcol.

C’è sempre tempo per diventare una persona seria. L’ironia ha i suoi ritmi da rispettare.

 

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